Associazione Terradiluce

Benessere e consapevolezza nel qui e ora

L’uomo completo

buddhaModusVivendiSiamo abituati alla separazione, per tutto ciò che riguarda la nostra vita.

A volte ci rendiamo conto di sensazioni o pensieri conflittuali o contradditori tra loro, a volte separiamo mente e corpo, altre volte disuniamo il cuore dalla ragione o  reagiamo di  “pancia”, senza collegare gli istinti con mente e cuore.

Nelle valutazioni siamo, consciamente o inconsciamente, condizionati dalla separazione, dimenticandoci o censurando aspetti sottili e variabili che rendono ogni situazione  unica e irripetibile.

Non ci ricordiamo che la nostra osservazione e partecipazione  a una qualsiasi dinamica la condiziona, e non distinguiamo i diversi elementi che compongono questa partecipazione.

Non ci accorgiamo di come ogni nostra energia particolare condizioni la nostra energia “globale”: aspettative, umore e stato d’animo,  sensazioni fisiche, impressioni emotive, ricordi del passato o pensieri sul futuro, esperienze pregresse, convinzioni radicate…

Pronunciando la parola “io” ci riferiamo il più delle volte a un pallido aspetto di noi stessi, tralasciando tutti gli altri.  Comunicando con le altre persone siamo il più delle volte condizionati da idee pregresse, impressioni, giudizi o proiezioni di aspetti ombra di noi stessi che ignoriamo completamente.

In tutta questa separazione interna è naturale cogliere ed evidenziare la separazione altrui ed è naturale sentirsi frastornati, confusi, e spesso a disagio…

È come tentare di risolvere problemi dei quali abbiamo soltanto dei dati incompleti o parziali: i processi utilizzati e i risultati e saranno per forza grossolanamente sbagliati.

La separazione dentro di noi e con gli altri accentua i conflitti, il risentito, le interpretazioni fuorvianti, l’aggressività, il rancore  e il vittimismo.

La separazione genera separazione e diventa naturale deresponsabilizzarsi, ricercare colpe e colpevoli, alimentare questa spirale perversa e costruire sempre più dei “muri” dietro i quali nascondersi o isolarsi.

Per guarire questa ferita profonda e aiutare gli altri a fare altrettanto occorre recuperare la propria completezza.

Per costruire unità e cooperare con altre persone abbiamo bisogno innanzitutto di recuperare unità e integrità in noi stessi.

L’integrità e l’unità individuale non è la volitiva illusione di un io tutto di un pezzo e integerrimo figlia del moralismo bigotto deteriore e del perfezionismo che nutre l’insicurezza e la mancanza di autenticità. L’unità individuale nasce dall’amore per ogni parte del sé, dal perdono per le proprie fragilità, dall’esplorazione (possibilmente ironica) delle tante sfaccettature, sub-personalità e contraddizioni che ci caratterizzano.

L’unità abbraccia, accoglie, conforta il nostro io bambino e ferito e porta luce in quelle zone d’ombra della nostra psiche e del nostro cuore  che ci fanno puntare il dito sugli altri accusandoli per tutto l’amore che non sappiamo dare a noi stessi…

L’unità nasce nel cuore e poi si trasferisce alla mente e alla pancia.

Soltanto dopo un atto di amore per noi stessi possiamo sorridere della nostra mente conscia, delle sue stupide convinzioni e rigidità e ricordarle che è incapace di far funzionare la meravigliosa macchina biologica del corpo senza il supporto della potente mente inconscia.

Soltanto amandoci possiamo allineare i nostri due cervelli, quello più noioso, squadrato, razionale e cognitivo e quello più potente emotivo, fisiologico ed empatico…

Soltanto ri-allineandoci in noi stessi possiamo cooperare con il nostro corpo, riconoscerne i segnali, educarlo a vivere meglio e più lungo, evitando di far sobbalzare il  cuore e di stressare gli  organi e le cellule con inutili tempeste ormonali  causate da continue identificazioni in piccoli e separati frammenti del nostro essere globale.

DancingShiva

Una volta percepita l’unità nella danza gioiosa delle nostre meravigliose energie, possiamo  sentirci parte del tutto e lasciare andare il “controllo” (figlio della mente separata e identificata)  che stressa il corpo e blocca il fluire dell’abbondanza…

L’uomo completo è integro nel corpo, nella mente placata dall’unione dei due cervelli, negli istinti (sanamente accettati e gestiti) nelle convinzioni  e nell’ unione di cuore, pancia e mente.

L’uomo completo è qui ora. Non è mai completo “sempre”. Alterna completezza e frammentazione, amando l’una come l’altra, riconoscendo l’una come l’altra, ridimensionando sempre più  l’identificazione con ironia.

L’uomo e la donna completi sono autonomi. Essendo integri e coscienti del fluire della vita e dell’impermanenza non creano separazione nel negarla, creando dipendenze e attaccamenti, né creano dolore e stress identificandosi in passioni eccessive e melodrammatiche.

Una volta riconosciuto e recuperato l’uomo completo è possibile cercarlo negli altri, selezionando i pensieri da fare su loro e quelli da evitare; le emozioni da condividere e quelle da depotenziare,  gli aspetti da osservare e quelli da ridimensionare. Solo in questo modo è possibile creare coppie, famiglie, comunità di persone complete che cooperano e cocreano.

La presunta fine del mondo profetizzata dai Maya per lo scorso solstizio d’inverno  rappresentava per chi sapeva leggere fra le righe, la metafora di un profondo processo di ricalibrazione che avrebbe coinvolto noi esseri umani del quale si avvertivano già da molti anni i primi segnali. Secondo il calendario Maya in questa ricorrenza, è terminato un ciclo  cosmico e terrestre di oltre cinquemila anni basato sul conflitto e sulla separazione e sta lentamente iniziando un nuovo ciclo basato sulla cooperazione e la condivisione…

Per creare questo nuovo mondo e lasciarlo ai nostri figli e al nostro futuro è necessario iniziare a trasformare noi stessi in modo diverso: senza senso del dovere, sforzi volitivi o fatica ma semplicemente accogliendo e onorando ogni frammento della nostra completezza,  riconoscendo l’interconnessione di tutte le cose e mettendo in discussione le inutili convinzioni limitanti che offuscano la nostra percezione con il “filtro” della separazione.

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