La delicata ricerca della via di mezzo

Siccome mi occupo di orientamento delle energie personali e mi alleno quotidianamente col cercare di dare una direzione innanzitutto alle mie, mi imbatto sovente con il tormentone della ricerca della “giusta via di mezzo” e cioè quel Buddico equilibrio ideale in cui la corda non è così tesa da rompersi ma nemmeno troppo poco tesa da non poter suonare.

È tesa al punto giusto.

La ricerca della giusta via di mezzo non è la scelta “politicamente corretta”, né un esercizio di democratica tiepidità o tantomeno un elegante forma di censura per non schierarsi.

La via di mezzo è un equilibrio sottile che tiene conto di tutte le variabili visibili e invisibili e ci permette di rimanere “semplici come colombe e prudenti come serpenti” soprattutto per ciò che riguarda il nostro comportamento, il ben-essere e la crescita personale e spirituale…

Ad esempio, in questo momento sociale difficile e impegnativo, culturalmente povero e politicamente instabile in cui dilagano modelli social di narcisismo, razzismo, superficialità e banalità aggravati dal perdurare della crisi economica, è molto facile farsi prendere dal giudizio, dall’abitudine a brontolare e dallo sdegno così come abboccare a meccanismi ipnotici di egoismo piccolo borghese o di censura. La via di mezzo in questo caso è rappresentata dall’assenza di giudizio, dal rimanere presenti a ciò che accade monitorando le proprie emozioni consapevoli che quando sono distruttive non fanno bene né a noi né agli altri; cercando di osservare il mondo in modo il più possibile neutrale attivando le risorse creative che sono sempre contenute in ogni crisi, come ci ricordava il buon Einstein in anni altrettanto oscuri.

“La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere ‘superato’.
Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi, è la crisi dell’incompetenza. L’inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito. E’ nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze.” Tratto da Il mondo come lo vedo io – 1931

Per ciò che riguarda invece la nostra crescita personale e individuale, cercare la via di mezzo significa mantenere il buon senso e i piedi per terra unitamente a un atteggiamento fiducioso, collaborativo e creativo anche in questo caso monitorando con attenzione i segnali che la vita ci propone.

Lo sdolcinato e stucchevole buonismo stile tarda new age, così come l’ostinata e presuntuosa celebrazione del pensiero positivo fine a se stesso, fanno (comprensibilmente) rizzare i capelli a chi quotidianamente combatte con drammaticità quotidiane di disagio, malattia, povertà e disperazione .

L’ingenuo pressapochismo di chi crede di risolvere ogni cosa con un tutorial su youtube o capire la fisica quantistica leggendo qualche articoletto qua e la, unitamente al proliferare di bufale e fake news su qualsiasi argomento fanno (comprensibilmente) allontanare molte persone dotate di sana razionalità dal mondo del “sottile e dello spirituale” commettendo l’errore di buttare via il bambino insieme all’acqua sporca.

Per quello che riguarda l’aspetto che più ci sta a cuore ovvero i nostri tormentoni personali, le domande alle quali non riusciamo a dare una risposta, le situazioni che si ripresentano ciclicamente nella nostra vita e le vere e proprie sfide della nostra esistenza, la ricerca della via di mezzo è rappresentata da un prezioso cocktail di fiducia, voglia di darsi da fare, autoironia, presenza e disponibilità di auto superamento.

Se ho fatto per 379 giorni anziché 21 le belle meditazioni sull’abbondanza di Chopra e oggi mi hanno tagliato i fili della luce e messo le ganasce fiscali alla macchina o se sto invocando il mio Angelo Custode da 23 mesi 18 volte al giorno per trovare una relazione e ancora ieri sera l’ultima ragazza che ho portato a cena mi ha risposto picche la via di mezzo è evitare il ripresentarsi di schemi già sperimentati.

Non serve buttare via il bambino insieme all’acqua sporca dicendo che son tutte scemenze e che tanto siamo brutti, cattivi e sfortunati né nascondersi dietro un idiota e passiva deresponsabilizzazione new age dicendo che è il karma, che domani andrà meglio, che sicuramente vincerò al superenalotto o mi suonerà il campanello una splendida ragazza giurandomi amore eterno.

Siccome non siamo soli per davvero, gli Angeli esistono per davvero e l’Universo cospira per davvero per la nostra felicità, in questo caso la via di mezzo è continuare a fidarsi, praticare, allenarsi e affidarsi, unitamente ad un processo di amorevole e spietata ricerca dei nostri auto-sabotaggi interiori, delle convinzioni limitanti e delle abitudini acquisite più o meno consciamente che certamente stanno ostacolando la mia intenzione.

Questo processo di auto superamento è al tempo stesso un grande atto di fiducia e di umiltà che richiede una buona dose di autoironia ed elasticità e che di solito da ottimi frutti.

Perché non provare?

Questi giorni di Yeyalel che è l’Angelo che smaschera le bugie possono essere ottimi per iniziare incominciando a ricercare e smascherare le nostre bugie mandandoci comunque amore e ricordandoci che meritiamo davvero ciò che desideriamo!

L’allenamento …energetico

piantaPer ottenere dei risultati nella vita come nello sport, è necessario un allenamento costante.

Attraverso stimoli ripetuti, le capacità migliorano, si stabilizzano e si attivano sempre più velocemente.

Lo stesso vale anche per la gestione delle energie sottili come pensieri, intenzioni, intuizioni e sentimenti.

Se si vuole diventare più stabili emotivamente, presenti a se stessi, lucidi e in grado di esprimere al meglio le proprie potenzialità e afferrare le occasioni della vita, non servono rimedi miracolosi, teorie suggestive o sedicenti guru da seguire ciecamente…. É sufficiente deciderlo e volerlo, allenandosi fiduciosamente e piacevolmente, dedicando tempo e spazio a questa intenzione. È un percorso che non richiede sforzo, ma il semplice ricordarsi di alcune leggi fondamentali…

  • Va tutto bene.

Occorre evitare il più possibile il dramma. Non entrare nel dramma della nostra mente (che mente) e non farci sedurre dal dramma altrui. Se siamo vivi e vegeti qualunque cosa accada non è un dramma. Qualunque cosa accada è un opportunità. Il primo grande dramma è dimenticarsi di mandare amore a noi stessi, attivando le energie devastanti dell’auto giudizio, del vittimismo e della lamentela. Scoprire è guarire e se oggi scopro di aver combinato un sacco di sciocchezze o di aver creduto a molte cavolate posso mandarmi amore e decidere cosa fare adesso. E ripartire.

  • Non siamo soli.

Non dipende tutto da noi, non dobbiamo arrivare a tutto né sforzarci ansiosamente di tenere tutto sotto controllo. L’universo è connesso, siamo connessi tra di noi, esistono energie sottili e alleati (come gli Angeli) che “cospirano” per la nostra felicità…. Ognuno deve fare la sua parte: la nostra è cercare di essere il più possibile nel qui e ora e rimanere aperti e disponibili alla magia della vita.

  • Chiedere è fondamentale.

Chiedere è un atto di umiltà e co-creazione, è ricordarsi di essere parte del tutto, è attivare antiche e potentissime leggi energetiche (“chiedete e vi sarà dato”, “cercate e troverete”, “bussate e vi sarà aperto”) Chiedere è uscire dai limiti ristretti del nostro Sé e aprirsi al tutto.

Se chiedo apro le porte della mia creatività, oltre che quelle della magia della vita, se non chiedo le chiudo.

  • Praticare da soli e con gli altri.

Se veramente per noi è un valore la crescita personale, se ci emoziona l’idea di avere un potenziale creativo da onorare ed esprimere, se ci ricordiamo con piacere di alcune intuizioni felici o di piacevoli momenti di pienezza, motivazione, lucidità e presenza e abbiamo voglia di viverne altri, allora possiamo fare spazio a queste energie e allenarle.

La tradizione spirituale antica e moderna ha dato precise indicazioni su cosa facilita lo sviluppo di queste abilità, è solo questione di ripartire.

Se non siamo abbastanza forti è bene farsi aiutare da qualcuno più allenato di noi, da altre persone che coltivano i nostri stessi interessi, da una comunità o una rete di supporto, da letture stimolanti e arricchenti.

Su cosa possiamo allenarci? Ecco alcuni suggerimenti…

  1. Rimanere svegli.

Ricercare la presenza, il qui e ora. Accorgersi dell’enorme potenziale creativo dell’adesso. Ritornare qui quando la mente ci porta nel passato e nel futuro. Fare del presente – sempre e comunque – un alleato e non un nemico. Disciplinare il corpo e la respirazione per allenare la presenza. Esplorare cosa stiamo nutrendo in questo momento e scegliere cosa vogliamo nutrire, ricordando che nulla vive senza cibo.

  1. Depotenziare le percezioni.

La presenza non esclude ciò che accade. La vita è quella cosa che accade mentre si fanno progetti. Le cose succedono, è necessario essere disincantati ed evitare fughe new age o eccessi di pensiero magico buonista. La materia è statica e dura. La mente è sempre in agguato per farci costruire aspettative o abitudini….e le cose spesso van storto. Il nostro potere è soprattutto ristrutturare quello che accade, non valutarlo, non giudicarlo, non interpretarlo né censurarlo o negarlo… Ricordarci le nostre intenzioni, i nostri obiettivi e ripartire sempre e comunque.

  1. Esplorare ciò che la vita ci porta.

Oltre a rimanere il più possibili presenti, possiamo allenare la nostra capacità di esplorazione. Rimanere aperti e disponibili a cogliere gli scopi e le opportunità che ci sono nelle cose che ci accadono, sia quelle che ci vengono incontro che quelle che ci andiamo a cercare. Se le cause o i perché di ciò che ci viene incontro sono nel passato, le opportunità e gli scopi sono nel presente, in quel presente che crea il nostro futuro…

  1. Rompere gli schemi

Siccome è follia pensare di avere risultati diversi facendo le stesse cose, è importante diventare disobbedienti alle nostre abitudini, agli schemi di comportamento, ai ruoli, alle maschere e agli atteggiamenti radicati. “Ritornare come bambini” è aprirsi alla spontaneità, provare strade diverse, osare, giocare, desiderare, appassionarsi…sempre ricordando di mettere nel bagaglio una buona dose di autoironia e autonomia , nel prendere meno sul serio noi stessi e gli altri.

 

 

 

Attenzione alle scale

di Merlino

All’inizio delle scale della mia scuola sono apparsi dei cartelli che avvertono: “Attenzione scale. Reggersi al mancorrente”.

Ma va?! E io che non sapevo che c’erano le scale! Sarà per quello che in 16 anni che lavoro in quell’edificio ogni volta che scendevo dal primo piano rotolavo giù rimbalzando di gradino in gradino e mi alzavo stupito e dolorante chiedendomi cosa era successo? Oppure mi preoccupavo perchè, salito al secondo piano e arrivato al pianerottolo, sentivo il respiro leggermente affannato? Ogni volta mi chiedevo: l’età? Una cardiopatia improvvisa? Un leggero mal di montagna? Macchè, erano le scale! Adesso che lo so sono molto più tranquillo e soprattutto faccio attenzione ai gradini.

Ma non basta. I cartelli della sicurezza posti nei bagni mi hanno salvato la vita. Mi avvertono (testuali parole): “Attenzione! Non toccare le prese con le mani bagnate e non indirizzarvi sopra schizzi/getti d’acqua “. E io, il distrattone nonché sprovveduto in fatto di fisica e di sicurezza, che uscivo tutte le volte dal bagno con le sopracciglia e i peli sotto le ascelle arrotolati come “dread” ed emanando un forte odore di pollo bruciacchiato, perché mi asciugavo le mani infilandole nella presa della luce! Adesso, grazie al cartello, uso l’asciugamano. Ho perso il fascino tipo “centro sociale” ma in compenso non m’illumino più d’immenso.

Di questo passo mi aspetto cartelli con le scritte “Attenzione! Aprire la porta prima di entrare” oppure “Non spingere la carta igienica con le mani nel sifone del water: lasciarla cadere dopo averla appallottolata” e così via.

E le riunioni per la sicurezza? Il must è stato quando ci hanno spiegato cosa fare in caso di alluvione: salire sul tetto della scuola. Geniale: non ci avrei mai pensato. Una sola considerazione: la mia scuola è a Orbassano. Avete presente un’alluvione a Orbassano? Il fiume più vicino è il Sangone: a quattro chilometri dal nostro edificio. Il Sangone che allaga la scuola e ci costringe a salire sul tetto è un po’ come dire che la Santanchè è andata dal chirurgo solo per farsi togliere le tonsille.

Ma per chi ci hanno preso? Per un concorrente del Grande Fratello con un Q.I. da acaro cerebroleso? Che poi quell’”Attenzione scale!” mi fa venire l’affanno. Capisco “Attenzione: tigre affamata” oppure “Attenzione: bifidus regularis!” che non so cosa sia ma dei “bifidus” non bisogna mai fidarsi. Ma le scale! E dai… Una volta si salivano chiacchierando oppure si scendevano i gradini a due a due quando era finita la lezione. Io ho fatto una dichiarazione d’amore sulle scale della scuola. Ma avevo 16 anni e si sa – da giovani – si è incoscienti. Chissà che pericoli avrò corso e invece ero lì a dire: “Mi sono innamorato di te…” così, senza neanche reggermi al mancorrente: senza mani. Che macho!

La colpa è degli americani. Quelli se non hanno le istruzioni precise su tutto, magari anche su come riprodursi si sarebbero già estinti subito dopo la dichiarazione d’indipendenza.

Un esempio: lo sapete perché le lattine hanno l’apertura a strappo con la linguetta che rimane attaccata al coperchio? I non giovanissimi si ricorderanno quando aprire la lattina della Coca Cola ci faceva sentire un po’ dei marines: non si trattava di stappare una Coca, si ripeteva il gesto di John Wayne che toglieva la sicura ad una bomba a mano. E si sa che la guerra è bella anche se fa male, come canta De Gregori. Eh sì, perché quella linguetta era affilata come un bisturi e il novizio che beveva la Coca si distingueva dal veterano per i cerotti sulle dita. E si andò avanti per anni senza dire niente, tutt’al più qualche “ahi!” quando ti tagliavi o quando tuo padre ti dava uno scappellotto con la solita montessorriana raccomandazione: “Ma fa’più attenzione!”. E tutto finiva lì. Poi arriva il solito imbranato (o furbone) made in USA che si taglia e invece di dire “Come posso fare per non tagliarmi di nuovo?” che fa? Denuncia la Coca Cola perché a) non l’ha avvisato che si poteva tagliare b) sulla lattina non ci sono le istruzioni per come aprirla senza farsi male.

In Italia il dibattito processuale, le cause legali, il processo e i vari ricorsi si sarebbero ridotti alla vecchia, consolidata e retorica domanda: “Ma sei scemo?”. E invece negli USA la Coca Cola fu denunciata e il tipo vinse la causa e qualche centinaia di migliaia di dollari.

Ora, diciamolo pure: che la Coca Cola sia stata denunciata e abbia perso la causa a me – a prescindere – non mi dispiace, ma partendo dalla linguetta delle lattine e arrivando al cartello sulle scale, alcune considerazioni si impongono.

Possibile che siamo diventati di colpo tutti stupidi? Possibile che se non ci dicono per filo e per segno cosa e come dobbiamo fare non siamo neanche più capaci a metterci le dita nel naso?

Non per fare del facile antiamericanismo ma vi ricordate il tormentone degli Americani eterni bambinoni? Al bambino devi spiegare come si fa ad allacciarsi le scarpe e tutto finisce lì. E invece per l’americano medio (cioè adesso anche da noi) mica finisce lì, perchè quello è capace di denunciarti perché ha perso otto ore al giorno per un’intera settimana nel cercare i lacci del mocassino. E tu non glielo avevi detto che i mocassini si infilano soltanto!

E pensare che l’eroe dei film hollywoodiani è il prototipo dell’italiano medio “verace”. Immaginatevi la scena: scoppia un problema (che so, il reattore nucleare della portaerei ammiraglia si è un tantino surriscaldato) e alla fatidica domanda “Qual è la procedura per risolvere ‘sto casino?” c’è il solito sottotenentino nerd che con aria sconvolta mormora: “Non è stata prevista nessuna procedura! Non pensavamo che potesse succedere”. Dadaann… (musica drammatica di sottofondo). E allora salta fuori il John Locascio della situazione, il Thomas Fitzgerald Pautasso, insomma l’eroe modello italiano, tutta creatività ed improvvisazione che si inventa lì, su due piedi, la soluzione! Altro che procedura! Macchè check-list! Figuriamoci il feed-back! Il tutto da noi si risolveva con un  “E mo’? Che si fa?” e la risposta era: “Boh? Adesso vediamo che si può fare”.

Oppure – e questa è la seconda considerazione – sotto sotto abbiamo cambiato i termini del problema e cioè: non mi interessa chiedermi come si fa a risolvere la situazione, perché prima di tutto io cerco il colpevole e mi scarico di tutte le responsabilità.

Mi sa che tutti quei cartelli “Fa’ attenzione di qua; fa’ attenzione di là; si cammina sul pavimento e non sul soffitto perché se no si cade; pericolo:scale con gradini; non far pipì sulle prese elettriche, eccetera” non mi dicono di porre attenzione ma mi dicono “Te l’avevo detto e io non c’entro se ti succede qualcosa”.

A esser maliziosi non è bello ma spesso ci si azzecca.

E qui si arriva alla terza considerazione. Che cosa insegniamo ai nostri giovani?

Questa inflazione di raccomandazioni ovvie e puerili sono un totale scarico di responsabilità, in cui l’idea della prevenzione e della sicurezza viene fraintesa e trasformata in un atteggiamento mentale che porta alla totale mancanza di senso critico, di attenzione e – perché no –  di creatività, intesa come ricerca di soluzioni.

Da qui  alla battuta “Non è di mia competenza” il passo è breve.

E questa dichiarazione non è più un’umile affermazione di mancata conoscenza o di impossibilità di azione in una realtà estranea alle proprie capacità, ma nasconde sempre più spesso un disinteresse, una delega “a qualcun altro” fino alla totale chiusura nei confronti del bene comune, che non appartiene a nessuno e proprio per questo appartiene a tutti.

Il “non è di mia competenza” è ormai diventato il motto della deresponsabilizzazione a cui corrisponde il “ma io non lo sapevo” e “nessuno me l’aveva detto”. In un modello di cultura in cui vale solo quello che rende qualcosa di materiale nel breve periodo allora tutto diventa inutile e il gesto gratuito per l’altro non può esistere.

Merlino

P.S.

Attenzione! Le parole sono quelle scritte in nero e sono quelle da leggere. Non leggere, ripeto, non leggere gli spazi bianchi: il senso del testo potrebbe risultare alterato. La Direzione del giornale non si assume alcuna responsabilità per un uso improprio della lettura del presente articolo.