Associazione Terradiluce

Benessere e consapevolezza nel qui e ora

Dall’impressione all’intenzione

piantaIn un percorso di crescita e orientamento delle energie personali è fondamentale il graduale passaggio dall’impressione all’intenzione.

Le impressioni colpiscono i nostri sensi come un pugile l’avversario, attivando in continuazione processi fisiologici, dinamiche inconsce e convinzioni limitanti e rendendoci schiavi del processo di identificazione che ne deriva. Abituandoci a farci impressionare da cose, situazioni, eventi che vediamo, udiamo e percepiamo, perdiamo progressivamente il focus sul mondo interiore e sulle sue risorse e diventiamo passivi rispetto alle molteplici suggestioni che arrivano dall’esterno.

Queste impressioni che ci colpiscono come cazzotti, arrivano da ovunque: televisione, internet, giornali, parole, sguardi, situazioni e relazioni quotidiane, lavoro, spostamenti nel traffico caotico, ritmi elevati.

Quando i nostri sensi non sono colpiti da fonti esterne, molte volte le impressioni le produciamo da soli per mezzo di uno sterile dialogo interno o attraverso pensieri compulsivi e inutili che ci portano fuori dal “qui e ora” e attivano ormoni e fisiologia in una danza psico emotiva stressante e ammorbante. Gli studi sull’intelligenza emotiva hanno confermato che maggiore è la tendenza a farsi impressionare, minore è la capacità di connettersi con le proprie intuizioni e fare scelte oculate e vincenti.

Le impressioni sono come i flash di tante macchine fotografiche che continuano a luccicare dopo aver chiuso gli occhi o come le sensazioni di un film thriller nel quale ci identifichiamo che continuano a farci sentire l’adrenalina anche dopo essere finito…

Più siamo impressionati meno siamo creativi: le impressioni ci danno un sacco da fare per gestirle e per gestire le conseguenze fisiologiche che producono nel nostro corpo attraverso i vari ormoni e neuro trasmettitori messi in circolazione.

Più ci lasciamo impressionare meno possiamo sviluppare la nostra autostima, la comunicazione efficace e la gestione delle emozioni perché l’impressionabilità produce insicurezza, mancanza di autonomia e disordine energetico.

Le impressioni non sono qualcosa di sbagliato perché sono naturali. I nostri sensi – che rispetto a molti altri animali sono limitati e grossolani – non possono smettere di ricevere e trasmettere degli impulsi: sta a noi imparare a modificare il significato che gli diamo, imparare a depotenziarli e prenderli meno sul serio…

Per uscire dal vortice delle impressioni è importante incominciare a portare attenzione sulle intenzioni profonde interiori.

Le intenzioni riflettono le motivazioni e i desideri profondi della nostra natura. Così come le impressioni arrivano dall’esterno e si accavallano confuse, le intenzioni profonde si scoprono e si consolidano nella quiete, nella presenza e nel lavoro su di sé. Questo genere di intenzioni può diventare lo sfondo sul quale lasciar decantare le impressioni sensoriali che la nostra percezione ci propone.

Se scopro un’autentica intenzione di pace e serenità sarà più semplice lasciare andare le impressioni che la vita quotidiana mi procura che vanno nella direzione opposta, come le tante occasioni di ansia, preoccupazione o controllo.

Le intenzioni profonde sono un balsamo per i momenti difficili della vita in cui situazioni ed eventi esterni ci propongono in continuazione impressioni negative….

La capacità di “stare dentro” le impressioni negative senza farsi condizionare da esse e riuscendo a mantenere vive le intenzioni profonde è un atto di presenza mentale che trasforma alchemicamente il dolore in consapevolezza.

Da un punto di vista energetico è impossibile “risuonare” contemporaneamente su impressioni e intenzioni. O si vibra sulla frequenza delle impressioni e si attirano energie disordinate corrispondenti, o si vibra sulle intenzioni attirando sincronicità in risonanza.

Le intenzioni e la loro energia non si scoprono nella mente. Le intenzioni mentali spesso sono prodotte dal falso sé e lastricano la strada che conduce agli inferni personali come illustra saggiamente un vecchio proverbio.

Per distinguere vere e false intenzioni basta osservare se sono raggiungibili immediatamente nel qui e ora. Le intenzioni profonde nascono nel cuore, sono quelle che permettono di placare la mente e osservarla senza giudizio come un testimone neutrale, sono quelle che riescono a stoppare l’associazione a delinquere rappresentata da mente e pancia, perché placano tanto la razionalità fredda quanto la visceralità incontrollata.

Queste intenzioni profonde appartengono alla nostra natura spirituale e alla nostra anima e possono essere riscoperte e svelate sempre meglio con l’allenamento e la graduale disintossicazione dalle impressioni.

È come sentire una musica meravigliosa di sottofondo in mezzo al frastuono di una discoteca. Sino a che non calerà il frastuono esterno sarà difficile accorgersi della musica.

In ogni istante della vita possiamo attivare un’intenzione che ci aiuti a rimanere più lucidi e sereni, come ad esempio un intenzione di chiarezza, di pace, di cooperazione o di fiducia.

Non esistono intenzioni di serie A o di serie B e molte intenzioni “piccole” ci permettono di scoprirne altre più profonde…

L’intenzione non è un attività, ma lo sfondo delle cose che facciamo.

Se sullo sfondo c’è pace sarà più difficile andare in stress o farsi impressionare, se sullo sfondo c’è un intenzione di armonia sarà più difficile abboccare a provocazioni o aggredire.

Se sullo sfondo c’è una reale intenzione di  fiducia sarà più difficile farsi prendere da sconforto e scoraggiamento.

Mantenere il focus sulle intenzioni è un atto di umiltà e fiducia nell’Universo, nella Vita o in Dio (a seconda di come si voglia chiamare)…perché è manifestare la scelta di non abboccare alla seduzioni della mente e delle sue menzogne.

L’intenzione è un potente antidoto per ristrutturare il dolore, guarire dalla paura ed essere più felice, perché aiuta a non ristagnare nella percezione sgradevole e portare l’attenzione sul “quindi?” quando accadono le cose e ci impressionano…

 

 

 

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Trasformare il mondo …da dentro

Nel nostro percorso qfarokryuotidiano, spesso vorremo trasformare o cambiare alcuni aspetti dolorosi della realtà che sperimentiamo e percepiamo con i nostri sensi.

È naturale e comprensibile perché si fatica… Dal traffico caotico ai conti per arrivare a fine mese, dalle relazioni famigliari a quelle lavorative o affettive, dagli acciacchi di stagione agli eventi improvvisi e dolorosi, la realtà quotidiana ci “bersaglia” costantemente con elementi di preoccupazione, sorpresa e disagio e di conseguenza pensieri , emozioni e sentimenti   che “impressionano” i nostri sensi come i flash di mille macchine fotografiche che ci circondano da ogni parte.

La reazione più comune di fronte a queste impressioni è identificarsi nelle situazioni che le hanno provocate (e nei pensieri, emozioni e sentimenti che le accompagnano) e “subirle” lamentandoci o amareggiandoci.

Vorremmo cambiare questa realtà, ma non sappiamo come fare e cosa fare, e questo ci frustra ancora di più…

La tradizione spirituale, le scoperte della fisica quantistica moderna e alcune recenti teorie scientifiche, concordano nel proporci un radicale cambiamento del punto di vista per affrontare questa situazione: trasformare la realtà partendo da dentro di noi.

Tutte le tradizioni spirituali concordano nel definire “risvegliato” l’uomo che diventa consapevole del proprio potere personale che si esprime nell’essere presenti, nel vivere il “qui e ora” e ciò che accade senza interpretarlo, valutarlo e analizzarlo e soprattutto senza far si che la mente e il sofisticato sistema neurovegetativo, ormonale e psico emotivo, distorca la nostra percezione e ci trascini in uno stato di stress e di emergenza.

L’uomo risvegliato è presente. È consapevole di ciò che accade mantenendo la capacità di osservarlo dal di fuori, è cosciente del pericolo dell’identificazione.

La prima nobile verità del buddismo è la consapevolezza della sofferenza come via per liberarsene, il vangelo ci ricorda che raccogliamo ciò che seminiamo e che ci sarà dato ciò che già abbiamo…Queste metafore spirituali ci invitano a riflettere sul grande potere racchiuso nell’energia che produciamo, sotto forma di emozioni, sentimenti, pensieri, aspettative e convinzioni.

La fisica moderna ci ha insegnato che l’osservazione della realtà e anche la semplice partecipazione ad essa la condiziona e la trasforma. Molti scienziati sono arrivati a sostenere – in perfetta risonanza con le tradizioni spirituali – che l’energia prodotta dagli esseri umani entra nel “campo energetico collettivo” e lo condiziona.

Secondo la teoria di un biologo di fama internazionale, Rupert Sheldrake, il nostro dna opera dentro di noi perché collegato a livello subatomico con un “campo morfico” relativo alla specie umana che è in costante aggiornamento a seconda delle esperienze e dei contributi che ogni essere umano apporta ad esso…

Abbiamo tutti un enorme responsabilità in questo senso!

Il mio umore, le mie aspettative, il mio livello di soddisfazione, il mio stato di stress o di pace e centratura sono sottili energie che condivido con il mondo e che in qualche misura lo trasformano. Questo vale per me, per te, per tutti.

Come fare?

La prima cosa da fare è imparare a non identificarsi nelle cose, consapevoli che le energie prodotte a seguito della nostra identificazione le condizionano e le “peggiorano”.

Un conto è dire ad esempio: “Sono angosciato perché sono senza soldi” e un altro conto è dire “Mentre inspiro sono consapevole del pensiero di angoscia che passa attraverso di me , mentre espiro lo lascio andare e creo pace, serenità e abbondanza”

È la presenza, è una questione di allenamento , è la consapevolezza che depotenzia i problemi a crea i presupposti per risolverli.

Il secondo punto è passare dal fare all’essere.

La legge di gravità fa cadere i corpi verso il basso. La linfa delle piante sale verso l’alto vincendo la legge di gravità. La prima legge non viene annullata, è la seconda legge che è più forte. Allo stesso modo l’energia creativa e potente che nasce dentro di noi è in grado di modificare, trasformare e “vincere” altre leggi che “sembrano” governare il mondo che ci circonda. Mai nel vangelo Gesù attribuisce a se stesso un miracolo.

“È la tua fede che ti ha guarito” dice alla donna che si fa largo per toccargli il mantello.

L’idea di un dio super-eroe che ci toglie le castagne dal fuoco se ci comportiamo bene è un idea sciocca, infantile e semplicistica. È l’energia potente dell’essere che nasce da dentro che compie i miracoli.

Per attivare questa energia occorre scegliere di orientarsi sull’essere.

Fermare il movimento esterno e le sue  impressioni e attraverso la respirazione, la meditazione, la preghiera (intesa come espressione passionale della propria volontà) e la visualizzazione costruire uno stato di coerenza energetica che da dentro si irradia verso l’esterno.

Questo processo potente legato all’essere cambia totalmente la qualità del fare, perché si attiva l’intuizione, il cervello emotivo è ben ossigenato, gli ormoni si ordinano e si è molto più lucidi nelle scelte.

In questo modo il fare diventa conseguenza dell’essere come è implicito nell’ordine naturale delle cose. (Un melo fa le mele perché è un melo)

Che ci piaccia o no, le nostre energie condizionano il mondo.

Se sono energie passive, condizionate dalle impressioni che subiamo lo condizionano in modo disordinato.

Se sono energie attive e concentrate, che partono realmente da dentro, lo condizionano in modo equilibrato e lo guariscono.

Se sono attive e concentrate da un gruppo di persone consapevoli diventano ancora più potenti ed efficaci.

È per questo che vogliamo creare un gruppo di produzione di energia concentrata e coerente che si ritrovi periodicamente anche solo mezz’ora…per cominciare a trasformare veramente la realtà da dentro.

Chi fosse interessato scriva a info@oep3.com

 

 

 

 

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Riconoscere le convinzioni limitanti

cat“Tutti sanno perfettamente che una cosa è impossibile da realizzare, finché arriva uno sprovveduto che non lo sa e la realizza”      A. Einstein

Concludiamo questo ciclo di incontri sulla ricalibrazione delle percezioni con l’elemento più importante del percorso di “trasformazione”: le convinzioni. Le convinzioni sono alla base di pensieri, emozioni , sentimenti e relazioni; le convinzioni sono una costituente essenziale della nostra percezione.

Le convinzioni sono delle frasi dichiarative, sovente didascaliche, che descrivono pressappoco “come funziona il mondo”. La natura delle convinzioni è prevalentemente inconscia. Le convinzioni si formano e si creano attraverso un processo lento e costante di condizionamenti che inizia sin in tenera età da parte dei genitori e degli educatori e prosegue inesorabilmente rinforzato dalle nostre esperienze e percezioni quotidiane.

Ogni convinzione è una vera e propria “neuro associazione” più o meno forte, che si radica a livello fisico, biologico e sottile e diventa una sorta di “verità” personale, uno schermo attraverso il quale osservare e percepire la realtà.

Le nostre convinzioni condizionano l’identità, creando dei “filtri” sulla nostra percezione di “chi siamo”   e determinando la nostra autostima; influenzano i nostri valori, le capacità e i comportamenti…

Essendo profondamente radicate a livello inconscio, “ciò di cui siamo convinti” non ha nulla a che vedere con “ciò che ci piacerebbe credere” , “ciò che pensiamo ci farebbe bene credere” o “ciò di cui ci piacerebbe essere convinti”…

Non ci si può autoconvincere per dovere, per paura, in vista di un possibile risultato futuro o per “prova”. Come ogni dinamica inconscia, la convinzione è semplice, diretta, esperienziale e non è per nulla arzigogolata. La convinzione è una potente esperienza soggettiva (anche se spesso grossolanamente errata) e non una “teoria”.

Il “pensiero magico” che ha contraddistinto certe forme ingenue di new age, è una conferma sull’inutilità dell’auto convincersi. Se ad esempio ho paura in una determinata situazione e poiché ho letto qualche libricino sul pensiero positivo cerco di raccontarmi la favola “che va tutto bene” e di autoconvincermi su questo, non sto affatto ricalibrando la mia percezione ma la sto negando.

Tutto il pensiero magico è una negazione dell’adesso – anziché la sua accettazione – e spesso si esplicita con auto suggestioni del tipo “adesso mi passa…” o “non sta succedendo nulla” o buoni consigli del tipo “dai, non pensare a quello…” – “su non dire quelle cose” – “non ci pensare” eccetera….

Poiché il pensiero magico è un’azione della mente conscia, è molto probabile che il giudice interiore si intrufoli in questa goffa operazione di negazione del presente aumentando il carico emotivo con giudizi o auto giudizi del tipo “non devo pensare a questo” o “non ti devi arrabbiare “ e altre dinamiche simili che non fanno che aggravare la situazione….

Abbiamo già visto come la trasformazione alchemica che trasmuta la sofferenza in pienezza, consapevolezza e potere, passi attraverso l’accettazione del momento presente – qualsiasi cosa contenga – cercando di non identificarsi e portando l’attenzione su ciò che vogliamo realmente nell’adesso.

La prima grande trappola relativa alle convinzioni è proprio rappresentata dalla negazione, dalla censura, dal voler nascondere la sporcizia sotto il tappeto, temendo che possa “essere male” o possa “fare male” occuparsene.

Tra l’indugiare pessimisticamente in una situazione o un evento, identificarsi e eventualmente deresponsabilizzarsi e il “negare” ciò che accade, mettendo la testa sotto la sabbia come gli struzzi c’è un infinito ventaglio di potenzialità, tra cui la possibilità di mantenersi nel giusto mezzo, osservando – in modo il più neutrale possibile – ciò che accade,   rimanendo presenti e attivando la propria volontà (e la fiducia nella vita).

Sorella di questa trappola, è un’altra sottile forma di negazione che nasce dall’impazienza, dalla pigrizia, da un eccessiva visceralità o dalla paura di soffrire cambiando, travestita da un ingenuo ottimismo buonista. Molto spesso sentiamo che è necessario un cambiamento e crediamo che sia sufficiente “deciderlo” razionalmente per attuarlo, senza passare attraverso la fase di esperienza, lavoro su di sé e trasmutazione alchemica di cui abbiamo tanto parlato.

Le convinzioni limitanti sottintese in questo atteggiamento sono: la paura di mettersi alla prova (determinata da una scarsa autostima), la negazione della “contraddizione” e della dualità insita in ognuno di noi , l’illusione dell’unicità dell’io e una fiducia spropositata e arrogante nel potere della mente conscia. Il rischio grande è anche che – quando inevitabilmente gli automatismi della convinzione limitante si ripresenteranno – possa sopraggiungere l’altra convinzione trappola del fallimento o dello scoraggiamento.

La ricalibrazione più rivoluzionaria riguardo alle nostre convinzioni è proprio l’aprirsi ad un nuovo atteggiamento di scoperta, guarigione e cambiamento.

Accorgersi delle proprie convinzioni limitanti, riconoscere che ciò che “eravamo” non ci soddisfa più, andare a caccia di false credenze radicate in noi che limitano la nostra felicità e l’abbondanza è l’unico modo per crescere, diventare più grandi e portare cose nuove nella nostra vita!   Ogni volta che scopriamo uno di questi tranelli dovremmo comprare una bottiglia di champagne e festeggiare!!!

Anziché vivere come un fallimento, una colpa o una vergogna la presa di coscienza di una convinzione limitante, errata o inutile, possiamo riconoscere la straordinaria opportunità che c’è dietro questa consapevolezza e riconoscere che è l’unico modo possibile per modificare la realtà ( o meglio la nostra percezione di essa).

Non basta decidere di fare una torta più buona perché questo accada, occorre osare cambiare degli ingredienti!

Einstein sosteneva che una confutazione valeva più di mille conferme o approvazioni, perché la confutazione gli dava modo di accorgersi di aspetti nuovi o sconosciuti della questione mentre le conferme e approvazioni non aggiungevano nulla a ciò che già sapeva….

Tra le convinzioni che possiamo riconoscere e depotenziare da subito in noi ci sono tutti quei “virus mentali” che minano alla radice la nostra libertà e il nostro potere personale, come ad esempio “non me lo merito”, “non sono capace”, “non è possibile”, “non sono degno”….

Una domanda che spesso mi sento fare quando parlo di credenze è: come faccio a sapere che una mia convinzione è limitante? Se non me ne accorgo come posso scoprirlo?

La risposta è molto semplice e come spesso accade le cose semplici ci fanno paura o ci mettono in difficoltà perché siamo abituati alla complicazione….

La risposta è “osserva, ascolta e fai attenzione a come ti fa sentire questa convinzione”.

Che sensazione ti da l’idea di non essere capace a fare qualcosa? O di non meritare qualcosa? O di non esserne degno…?

Come ti fa sentire l’idea che un tuo desiderio sia impossibile da realizzare, che un tuo obiettivo sia irraggiungibile o che la felicità non possa fare per te?

Se impariamo ad essere più presenti e aperti ci accorgeremo molto facilmente dei momenti in cui offuschiamo il senso della felicità.

La felicità è un senso, il famoso sesto senso, perché non dipende da nessun tipo di situazione esterna ma dallo stato energetico – vibrazionale di presenza, apertura, motivazione e volontà che possiamo provare in un dato momento.

Quando siamo felici, la vita sta fluendo, le sincronicità si attivano in modo positivo, si creano connessioni, incontri, intuizioni….si coopera e si ha passione per la vita e per quello che la vita presenta.

La felicità è passione , espansione, apertura come quella che esprimono i bambini con il loro stupore, la loro capacità creativa, il loro sano ed erotico rapportarsi a ogni cosa.

Quando il senso della felicità si appanna o si ottunde, molto spesso è la vita che ci sta dando l’occasione per accorgerci di qualche convinzione limitante, di qualche freno o blocco che inconsciamente ci trattiene o ci limita.

È un po’ come provare a partire con i ceppi alle ruote e incavolarsi perché si sta fermi….

Quando l’infelicità bussa alle porta della nostra consapevolezza quasi sempre c’è una ghiotta occasione di riconoscere qualche convinzione limitante, trasmutarla, rimuoverla e diventare più grandi, ricchi e felici.

Basta aprirsi a questa possibilità, interrogarsi con semplicità e in modo non troppo cerebrale su quali convinzioni siano legate al momento presente, affermare la propria disponibilità a cambiare e ad avere un modello del mondo più ampio…

A volte ci accorgeremo che la voce che sta declamando la credenza limitante non è nemmeno la nostra ma magari di nostro padre, nostra madre, dell’insegnante delle elementari o di altre persone che ci hanno condizionato nell’infanzia…

Esercitando il potere della presenza e dell’attesa fiduciosa potremo stanare le convinzioni limitanti e iniziare a dubitare di esse.   Mettendo in dubbio queste convinzioni il loro potere pian piano si sgretolerà. Domande del tipo “ma sono proprio sicuro di non meritarmi questa cosa?” – “sono assolutamente certo di non essere capace?” – “sono proprio sicuro che il punto centrale della questione sia quello?” incominceremo lentamente a far affiorare il blocco delle credenze limitanti e un pizzico di volontà basterà per trovare prontamente delle alternative…

E rimanendo presenti, attenti e fiduciosi nell’adesso, ciò che è bene per noi ci verrà incontro.

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Ricalibrazione e …relazioni

Tutto ciò che abbiamo appreso nelle ses1rate sulla ricalibrazione delle percezioni riguardo a pensieri, emozioni e sentimenti rappresenta la base per iniziare a risvegliarsi e prendere in mano la propria vita, consapevoli – almeno come ipotesi di lavoro – che la felicità è un “senso” che possiamo attivare solo nel “qui e ora” fluendo nella sincronicità della vita (Grazia Divina), senza farci sedurre dalle trappole della mente, del tempo (passato e futuro) e dei loop emotivi ormonali che la nostra fisiologia attiva molto facilmente quando usciamo dall’adesso…

Quando siamo nel flusso è più semplice armonizzare in modo coerente le nostre frequenze pensiero ed emozione e produrre sentimenti coerenti che fanno bene a noi e a chi ci circonda.

Per ricalibrare le relazioni occorre partire da queste premesse.

Poiché abbiamo capito che le nostre percezioni sono relative, che quando il senso della felicità si ottunde sta “accadendo qualcosa”, e che questo qualcosa è un opportunità per accorgerci di convinzioni limitanti che restringono le nostre possibilità, le relazioni sono un meraviglioso banco di prova…

Anche nella formazione OEP3 il secondo livello – orientare le proprie energie “con gli altri” o “nonostante gli altri” rappresenta il banco di prova più impegnativo, quello che fa scappare la maggior parte delle persone, perché imparare a “stare” con gli altri non è facile..

Nelle relazioni – di qualsiasi tipo – la prima cosa che naturalmente incontriamo sono le nostre proiezioni. Specialmente se non abbiamo lavorato sull’auto conoscenza e auto accettazione, se non abbiamo acquisito un minimo di capacità di padronanza emotiva e comunicazione efficace, nelle altre persone cogliamo i riflessi che proiettiamo noi.

La percezione “dell’altro” non è “l’altro” ma una “rappresentazione “ dell’altro creata con ciò che abbiamo dentro.

Come insegna saggiamente la PNL, le nostre sensazioni (anche se sacre) sono relative, soggettive e inaffidabili perché condizionate dalle nostre esperienze, dalle nostre convinzioni inconsce, dai nostri limiti fisiologici e sociali…Iniziare a ricordarsi di questo in ogni relazione è già un grosso passo nel percorso di ricalibrazione.

Se le relazioni sono un’occasione e un banco di prova poco importa che “sembrino” imposte o selezionate. Se il collega attiva in me il senso dell’infelicità (o meglio, offusca quello della felicità) piuttosto che lo faccia la mamma, il figlio o la compagna cambia relativamente…

In ogni dinamica relazionale avrò sempre la possibilità di portare l’attenzione sull’altro (e quindi stare a pensare a cosa ha fatto o non fatto, detto o non detto, a come si è permesso, al perché non ci è arrivato eccetera…) oppure su di me (chiedendomi qual è lo scopo di questa infelicità, cosa imparo da questa esperienza, come posso essere più autonomo eccetera)

Certamente ci sono casi drammatici di soprusi, abusi e violenze perpetuate specialmente nei confronti dei più deboli (bambini e donne) dove non è facile cogliere questa possibilità e occorrerebbe avere una visione molto più ampia del percorso attraverso le varie incarnazioni (per chi ci crede). In questi casi è importante che esistano istituzioni, organizzazioni e strutture e oltre a fare tutto il possibile e sensibilizzare in questa direzione, è fondamentale rimanere presenti e continuare a lavorare interiormente per cocreare frequenze coerenti che trasformino il mondo…

Un antica storia indiana paragonava la vita umana ad una casa composta da cinque stanze: individualità, attività, famiglia, relazioni sociali e spiritualità, ricordandoci come ognuno di noi sia responsabile di come le arreda, le pulisce, le profuma e soprattutto le abita.

Se nei precedenti incontri ci siamo occupati di arredare e abitare la stanza dell’individualità e della spiritualità, oggi parliamo di quelle e della famiglia e delle relazioni sociali.

La responsabilità di queste nostre stanze è soltanto nostra, solo noi possiamo decidere di portare attenzione, qualità, presenza, musica, gioia e armonia evitando di farci sedurre dalla fretta, dalle convenzioni, dalle abitudini , dalle convinzioni limitanti o di farci distrarre eccessivamente da gadget, televisione e preoccupazioni.

Per quanto riguarda la famiglia, una credenza limitante insita in molte persone è che il coinvolgimento eccessivo rappresenti un valore. Questa convinzione che tende a far “chiudere” la famiglia dietro ad un muro di omertà, attaccamento o separazione (che è l’ombra duale dell’attaccamento) è stata per secoli alla base di dinamiche famigliari e karmiche che si ripetevano come giostre…

Il coinvolgimento non è attenzione. L’attenzione è serena, il controllo no.

La relazione dipendente non è una relazione sana perché vincola il proprio benessere a quello dell’altro – come due anelli uniti insieme – e mette pericolosamente a repentaglio la propria felicità. La relazione dipendente spesso si alterna con un altro modello insano che è quello di mettere delle barriere fra sé e l’altro , alternando momenti di grande permeabilità e influenzabilità con altri altrettanto forzati di silenzio e indifferenza.

Per costruire una relazione congruente occorre sviluppare autonomia e lasciare all’altro il diritto di essere com’è, oltre naturalmente a lasciarlo a se stessi.

La metafora evangelica in questo senso è evidente; nel Vangelo di Luca Gesù afferma: “Chi è mia madre? Chi sono i miei fratelli? ….Chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella, madre..” Cosa significa “fare la volontà di Dio” ? Rimanere in presenza, centrati e autonomi, occupandosi di onorare i propri talenti creativi…

La stanza delle relazioni sociali invece, va arredata e vissuta con verità. Chiamando le cose col loro nome, scoprendo il valore dell’amicizia e della cooperazione nella verità, avendo il coraggio di sorridere delle proprie contraddizioni e di quelle dei propri amici senza nascondersi dietro a muri di luoghi comuni. Se un amico è in crisi, o si sta identificando e cristallizzando in qualche dolore o trappola psico emotiva non è affar nostro giudicarlo o cercare di convertirlo o soccorrerlo. È il suo percorso, la sua strada. Possiamo offrire disponibilità, dire serenamente il nostro pensiero, solo dopo aver verificato con acuta consapevolezza di avergli lasciato il diritto di essere com’è….

Il valore delle relazioni sociali è nelle piccole cose, è una cartina di tornasole della nostra apertura alla vita. Se una visita o una telefonata di un amico ci infastidisce se non giustificata da qualcosa di pratico, è un occasione per riflettere sui nostri valori…

Per quanto riguarda la coppia, invece, la relazione appagante va coltivata e curata come un giardino. Essendo l’energia femminile più accogliente e permeante, da un punto di vista energetico la donna è più responsabile della relazione affettiva.

Per evitare dolore, giochi di potere e dipendenze, occorre che soprattutto la donna eviti di “lasciare al caso” o “in balia delle emozioni” le proprie relazioni ma lasciarle fluire spontaneamente occupandosi innanzitutto di sé.

Per l’uomo, con la sua energia più potente, semplice e lineare è indispensabile percepire la propria vocazione per canalizzarla in modo efficace. Un uomo frustrato e insoddisfatto cercherà gratificazioni esterne (tradimenti) e facilmente svilupperà aggressività che proietterà sulla propria donna o sui figli.

Un uomo soddisfatto e in grado di esprimere la sua energia creativa , indipendentemente dai propri guadagni (anche se difficilmente sarà povero) sarà un “uomo di successo” capace di attirare donne autonome e emotivamente autosufficienti.

Come accade in natura, la femmina “seleziona” il maschio adatto a lei, ritenendolo in grado di assicurare protezione a lei e alla famiglia e tende istintivamente a difendere la coppia, anche se poi il maschio si rivela differente…

Responsabilità della donna è dunque fare molta attenzione al tipo di compagno che vuole “attirare” e lavorare su di lei perché naturalmente si tende a riconoscere e attrarre i propri simili, persone cioè che vibrano a frequenze simili alle nostre.

La donna “bisognosa” è tanto pericolosa quanto l’uomo insoddisfatto perché anziché occuparsi del proprio mondo interiore e regolare di conseguenza le proprie vibrazioni, proietterà all’esterno le proprie mancanze e la propria scarsità e attirerà uomini insoddisfatti, bisognosi e predatori di energia…

Quando una donna trova la propria centratura, si ama e si accetta, attiva e potenzia l’energia del cuore (molto più forte nelle donne che negli uomini) e diventa autonoma, le sue frequenze cambiano, e inizia ad attirare uomini “forti” nel vero senso della parola e potrà liberamente accogliere l’uomo “giusto” per lei purché riconosca e rispetti la sua vocazione e il suo canale creativo…(è per questo che esiste il detto dietro ad un grande uomo c’è una grande donna, perché non è affatto semplice stare con un grande uomo!)

Quando le relazioni affettive sono rette dal bisogno o dal mutuo soccorso, è frequente che si instaurino giochi di potere, nei quali a turno si prende il sopravvento sull’altro sino a raggiungere un apice in cui il senso di colpa ci permette poi di lasciar prendere il sopravvento all’altro come su una giostra…

Per riconoscere e depotenziare questi giochi di potere, ancora una volta è necessaria la presenza, la volontà, e soprattutto la disponibilità a lasciar andare le convinzioni limitanti, ma di questo ne parleremo nel prossimo incontro del 12 giugno…

 

 

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Ricalibrare le percezioni

sutraRicalibrare le percezioni significa partire dal presupposto che per cambiare la realtà esterna, occorra cambiare “dentro”, in armonia con quanto sostiene da secoli la tradizione spirituale esoterica e ultimamente anche la fisica moderna.

Noi non siamo quella vocina che parla nella nostra testa. Siamo molto di più.

Quel continuo dialogo interno, quell’insistente flusso di valutazioni, interpretazioni e confronti (che attiva in continuazione fastidiose e dolorose reazioni emotive e biochimiche) è un “processo” che inneschiamo perché ci sentiamo minacciati e costretti dalla necessità di rammentare un “passato” che non c’è più o anticipare un “futuro” che non c’è ancora.

Le rare volte che le circostanze della vita – nell’adesso – riescono a far tacere quel mormorio continuo e stressante che ci schiavizza, “accadono” momenti belli, leggeri, semplici, piacevoli e spontanei. Senza bisogno di passato o di futuro, improvvisiamo nell’adesso un piacevole scambio di relazione, un’attività divertente o rilassante, un momento che dona allegria o leggerezza, un intuizione felice e motivante…fino a che la vocina fastidiosa e insistente ricomincia a farci pensare al “prima” o al “dopo” e la magia di quel momento si perde, nel riattivarsi di sensazioni, emozioni e atteggiamenti “pesanti” e dolorosi.

Cercare di rimanere nel qui e ora, padroneggiare la “vocina”, osservarla (e amarla) senza identificarsi in lei è – da sempre – l’unica possibilità di “risvegliarsi”, crescere e trasformare il mondo interiore ( e di conseguenza quello esteriore).

Nel primo incontro abbiamo parlato in questi termini di ricalibrazione di pensieri ed emozioni e della possibilità di ottenere una sorta di “risveglio”.

Abbiamo capito che le situazioni di vita, gli eventi, e tutto ciò che ci capita è un’opportunità. Ricordandoci in ogni momento che le nostre percezioni sono limitate, possiamo arrivare poco per volta ad osservare noi stessi e le nostre reazioni.

Abbiamo visto come anche la scienza oggi parli di diverse dimensioni.

La dimensione umana è una dimensione duale.

La dualità luce e ombra, bene e male, giusto/sbagliato, azione/reazione è insita nella dimensione umana. Abbiamo visto come per la tradizione, esista una dimensione spirituale, eterna, perfettamente positiva, che non prevede la dualità problema/soluzione.

In questa dimensione si trova l’assenza di problemi. Il processo che ci fa passare dalla dimensione attuale a quella dell’unità, è il processo di ricalibrazione e di trasmutazione alchemica.

La trasmutazione alchemica ci permette di trasformare il piombo in oro, la sofferenza in presenza.

Nell’incontro di oggi, parliamo di sentimenti.

I sentimenti rappresentano un’energia molto più complessa e potente del pensiero e dell’emozione. Potremmo definire i sentimenti come la risultante dell’incontro tra pensieri ed emozioni. Se il pensiero è presente nella dimensione della testa, l’emozione è presente nella dimensione della pancia, delle viscere, dell’istinto. Ancora una volta, possiamo cogliere i collegamenti esistenti tra la scienza attuale e l’antica tradizione spirituale esoterica.

Il buonismo insito nella religiosità deteriore, e nel dogmatismo ha fatto sì che l’ideale dell’amore e dell’amare sia stato proposto come un ideale etico.

La ricalibrazione che voglio proporvi oggi, è quella di considerare l’amare e l’amore come una grande opportunità personale di trasmutazione alchemica.

“Amate i vostri nemici”, “amatevi gli uni gli altri”, “Per-donate” sono opportunità evangeliche e spirituali che ci riportano alle potenzialità insite nella vibrazione dell’amare.

Sia la dimensione razionale che la dimensione viscerale, sono dimensioni di separazione.

La freddezza e il cinismo della mente così come la visceralità e l’animalità della reazione emotiva ci fanno rimanere giocoforza in una dimensione di dualità e di separazione con gli altri.

La dimensione del cuore, centrale fra i centri energetici umani, è una dimensione molto più evoluta. Il cuore è infinitamente più potente della mente e delle viscere sia da un punto di vista elettrico che da un punto di vista magnetico.

L’unità del cuore e la vibrazione del cuore rappresentano una potente opportunità di cocreazione.

Quando la mente e la pancia riescono ad allinearsi su sentimenti ecologici di cooperazione e di apertura, ecco che l’essere umano funziona con tutti e tre i suoi “cervelli” e i suoi “centri”.

La produzione energetica risulta molto più potente, le potenzialità in termini di creazione e cocreazione risultano infinitamente più grandi.

La forma più evoluta di produzione energetica del cuore è la gratitudine. La gratitudine è la risultante di pensieri ed emozioni positive e di grande apertura, riconoscenza, unità, soddisfazione, abbondanza.

Alcuni scienziati da tempo stanno studiando le frequenze dell’energia della gratitudine. Sono frequenze molto elevate e potenti. Esistono nel mondo dei rilevatori energetici di queste frequenze. L’istituto americano HeartMath che lavora da oltre vent’anni sulle frequenze del cuore, ha installato con l’aiuto di organizzazioni non governative, dei particolari strumenti in grado di misurare le frequenze e le vibrazioni coerenti del cuore degli esseri umani. In periodi e i momenti storici di grande compassione, empatia, e attenzione verso gli altri sono stati registrati dei picchi molto elevati. Aprirsi alla dimensione del cuore, e della gratitudine è dunque un’opportunità di trasformare noi stessi e il mondo che ci circonda.

Ma come si fa ad aprirsi alla dimensione della gratitudine?

La risposta è la stessa che abbiamo visto parlando di pensiero e di emozione: rimanendo presenti.

La questione è operare una scelta e avere la volontà di rinnovarla, attimo per attimo.

Soltanto attraverso la volontà di rimanere in presenza, auto esplorazione, monitoraggio di sé, e attenzione è possibile controllare la propria produzione energetica.

Ciò che possiamo fare da subito è riconoscere i sentimenti negativi che creano frequenze opposte alla gratitudine, alla compassione e all’unità.

Ogni volta che ci lamentiamo, che percepiamo una sensazione o un sentimento di insoddisfazione, frustrazione, vittimismo, separazione stiamo “creando” frequenze negative.

La semplice consapevolezza di questo può diventare occasione di presenza e fonte di gratitudine.

Potremo ad esempio ripeterci frasi di questo tipo:

Ringrazio la vita perché mi rendo conto che sto giudicando.

Ringrazio la vita perché mi rendo conto che mi sto lamentando.

Ringrazio la vita perché mi rendo conto che mi sento nella scarsità nella separazione.

Accorgersi dei giudizi, accorgersi dell’insoddisfazione e della negatività è un grandissimo atto di presenza e di trasformazione energetica.

Per aprirsi all’amore verso gli altri e indispensabile aprirsi all’amore verso di sé.

Noi non possiamo percepire dall’eserno ciò che non è dentro di noi. Se io mi amo, mi accolgo, mi accetto, mi voglio bene potrò dare queste energie agli altri e ricevere queste energie dagli altri.

Se io accolgo con amorevole affettuosità le mie contraddizioni e le osservo cercando di depotenziarle e di ridimensionarle la stessa cosa avverrà all’esterno e sarò capace di farla con gli altri e di riceverla dagli altri.

Questo percorso “spirituale” e sottile che ci permette di riconoscere, attivare ed esprimere le nostre energie e le nostre potenzialità, cooperare ed evolverci è a disposizione di tutti, in qualsiasi momento e in qualsiasi situazione.

È un percorso dell’essere, è la forza stessa della vita. È riconoscere ciò che siamo realmente.

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Ridefinire l’emergenza

images-132La nostra  meravigliosa fisiologia è fornita di  un ramo del sistema nervoso autonomo fatto apposta per gestire le emergenze. Questo sistema, al bisogno,  mette in atto un sofisticato apparato ormonale e biochimico che ci permette di fuggire o lottare più efficacemente, “bloccando” le attività non necessarie in quel momento – gestite dall’altro ramo parallelo,  del sistema nervoso autonomo – come la nutrizione, la digestione, l’assimilazione e il riposo.

Se pensiamo agli uomini dell’antichità o anche solo di qualche secolo fa, questa risorsa di gestione dell’emergenza, era provvidenziale. Animali feroci, pericoli,  condizioni sociali precarie e instabili, erano molto più frequenti di quanto si possano incontrare ai giorni nostri nella società civilizzata occidentale.

La fisiologia umana non è cambiata. Il nostro sistema simpatico continua a “scattare” nelle situazioni di emergenza  producendo ormoni e neurotrasmettitori efficaci ma pericolosi per l’organismo, come l’adrenalina e il cortisolo e tutto questo ha un grande “costo” per l’organismo  che viene “stressato” e blocca le fisiologiche regolazioni del parasimpatico che servono ad assicurare nutrimento, assimilazione, digestione e riposo.

Occorre dunque riflettere sulla nostra “percezione” dell’emergenza.

Se un emergenza di fronte a una belva feroce, un pericolo fisico o una calamità naturale è comprensibile e giustificata, non si può dire altrettanto di fronte a stimoli quali il traffico caotico, la visita ad un cliente, i bambini lenti a prepararsi per andare a scuola, la visione di un uomo politico in televisione, un commento sgradevole del capufficio o scoprire che i cereali preferiti sono terminati al  supermercato…

Se non impariamo a ridefinire il nostro concetto di emergenza e di urgenza, il conto da pagare sarà sempre più salato. Lo “stress” ( e cioè la condizione fisiologica di “emergenza”)  o le sue dirette conseguenze sono già oggi la principale causa di morte nella società occidentale e la ragione del 75 % delle consultazioni mediche quotidiane.

La questione, come sempre parlando di gestione e orientamento delle energie, non è etica (della serie “giusto” o “sbagliato” ) ma estremamente pratica.

Vivere meno in emergenza significa vivere più a lungo e meglio.

Per ridefinire la percezione dell’emergenza occorre esplorare i valori che guidano la nostra vita e ci motivano…

Può essere un semplice e piacevole esercizio che ci aiuta a capire il significato che diamo alle cose, a depotenziare  ciò che in tutta onestà non riteniamo più così importante ed urgente e ad aprirci a nuove convinzioni (e percezioni).

I “valori”,  linguisticamente rispondono alla domanda “Per cosa?” e definiscono le motivazioni  che plasmano  e guidano le nostre convinzioni, le capacità e i comportamenti.

Avere il valore della “famiglia”, della “salute”, della “solidarietà” piuttosto che del “potere”, del “prestigio” o del “successo”  ci indicherà “Per cosa” vale la pena lottare e darsi da fare e “Per cosa” accogliere dei punti di flessibilità (compromessi) che sono naturalmente determinati da quelli di inflessibilità.  Se voglio realmente qualcosa (e sono inflessibile su questo punto) sarò  disposto a ottenerla diventando flessibile sulle modalità, sulle strategie e sui percorsi.

Al di là della sterile retorica, è indubbio che i valori della società individualistica e consumistica, abbiano contribuito a far crescere la percezione dell’emergenza  e la “separazione” tra le persone.

Tra  le tante  opportunità della “crisi” che stiamo vivendo c’è anche l’occasione di aprirsi a nuovi valori, come ad esempio la cooperazione, la relazione, l’amicizia, l’empatia e la gratitudine, tutti meravigliosamente capaci di rendere felici a costo zero.

Se si ridefinisce l’emergenza si sprecano meno energie, si sta più in salute e naturalmente si attivano al meglio le risorse creative, ponendo le basi per nuove opportunità di lavoro  e abbondanza da condividere…

Da un punto di vista psicospirituale, l’emergenza è un atto di controllo e di mancanza di fiducia. Si è in emergenza per il “come” si affrontano le cose, non per il “cosa” si fa. Si possono fare dieci cose con leggerezza così come una sola con “controllo”  e ansia.

Quando il coinvolgimento è eccessivo si vive nel “controllo” che è metafora di separazione.

Ridefinire l’emergenza è anche riappropriarsi della propria dimensione spirituale, cercare di vivere in presenza nel qui e ora, non abboccare alla seduzione della fretta e provare a  prendere meno sul serio le cose, ritrovando quella semplicità e spontaneità di bambini che è requisito essenziale per il regno dei cieli….

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Gli obiettivi e la trasformazione alchemica del presente

Patrasfrliamo giustamente molto di obiettivi in OEP3 così come in tutti i percorsi strategici motivazionali, dimenticandoci a volte dello straordinario valore del presente.

Qualsiasi obiettivo (di crescita, conseguimento risultato, guarigione o “riparazione”, acquisizione di nuove capacità, eccetera)  rappresenta un qualcosa che non c’è nella situazione del presente e che può essere generato.

Il rischio psicologico insito nel pensare a qualche obiettivo è la “negazione” del presente. Ad esempio sentirsi soli e desiderare l’amore come condizione di NON-solitudine, percepire scarsità e stress e pensare all’abbondanza  o alla serenità come condizioni di NON scarsità e stress, e così via.

La conseguenza di questa negazione è che l’obiettivo desiderato sia considerato come un nevrotico  o magico  “ritrovarsi già nella nuova situazione”, senza considerare la necessaria fase  di ricalibrazione,  acquisizione di nuove capacità, trasformazione  e auto superamento che porta inevitabilmente il cambiamento.

Il percorso che porta a conseguire un obiettivo è invece proprio  un percorso che parte dal presupposto di “fare la pace” con il presente, accoglierlo ed esplorarlo, considerarlo come il “meglio che si possa fare” in questo momento e riconoscerne il valore evolutivo.

Il cambiamento è esperienziale.

Un atleta che oggi salta due metri, può desiderare di saltarne tre e prefiggersi questo obiettivo. Se prova a saltare “sa già” che salterà due metri o poco più e sa perfettamente che potrà sentirsi frustrato dai risultati conseguiti. Starà a lui decidere se allenarsi fiduciosamente o abbandonare il proposito di auto superamento.

Analogamente, ognuno di noi sa perfettamente che i traguardi desiderati  non sono raggiungibili nella situazione attuale, altrimenti sarebbero già presenti.

Ma cos’è dunque, che rende possibile il passaggio dalla situazione attuale a quella desiderata?

La trasformazione alchemica del presente, ovvero il sereno monitoraggio del percorso quotidiano e delle sue frustrazioni, ristrutturando il significato che si da ai risultati e depotenziando le emozioni e i pensieri negativi.

Il presente va accolto e accettato. Liberandosi da inutili sensi di colpa, amandosi profondamente  e portando molta attenzione per scoprire quali automatismi, convinzioni, abitudini, percezioni, e illusioni impediscano oggi di migliorare le proprie performance.

Questo tipo di lavoro è il cuore stesso dell’Orientamento Energetico Psicofisico, perché ci permette di intervenire sul nostro “potere personale” e trasformare il significato che diamo a situazioni ed eventi. Questo è il lavoro che ci porta a evitare di sprecare energia.

L’alchimia è quel processo metaforico di purificazione che porta a trasformare il piombo in oro. Per trasformare qualcosa di grezzo, pesante e ordinario in qualcosa di puro e prezioso occorre impiegare dell’energia e disciplinarsi.

Se io oggi mi sento inquieto, annoiato, demotivato o insoddisfatto, desiderare uno stato di serenità, vigore e soddisfazione è perfettamente naturale e appropriato.

La prima cosa sensata da fare sarà accettare questo stato, non giudicarlo e non negarlo. Il secondo passo sarà quello di annotare scrupolosamente i momenti e le situazioni in cui mi sento così, cercando di ristrutturarne il significato.

Il saggio Einstein sosteneva che è “follia pensare di ottenere risultati diversi facendo le stesse cose”  questa consapevolezza mi aiuterà ad andare a caccia di autosabotaggi, convinzioni limitanti, emozioni e pensieri che – una volta riconosciuti – posso sostituire con qualcos’altro.

Così come un atleta che vuole saltare più in alto farà cadere l’asticella molte volte, anche io mi ritroverò molte volte immerso nel mio sentire sgradevole  e potrò scegliere che significato dare a questo risultato!

La matrice orientale dell’OEP3 ci insegna a ricercare e praticare la “presenza” proprio per evitare quel processo di identificazione che porta a “diventare” il nostro stato d’animo negativo.

Un conto è dire a se stessi “oggi mi sento triste e solo, riconosco che questa sensazione è una trappola, mi voglio bene lo stesso,  non mi giudico e voglio modificare il mio sentire” un altro conto è dire a sé stessi “oggi mi sento triste e solo” o peggio ancora “sono triste e solo”.

Praticare l’auto esplorazione fiduciosa significa contrastare la trappola mentale della “separazione” e aprirsi ad una visione più spirituale che da spazio alla magia della vita e alla sincronicità…

Nel presente c’è tutto quello che serve.

È nel presente che troviamo le chiavi per la nostra trasformazione, per la felicità, per l’abbondanza e la soddisfazione. È solo nel presente che possiamo “praticare” il meraviglioso (e faticoso) processo di trasformazione alchemica  che ci porta a  costruire un futuro migliore e conseguire i nostri obiettivi!!

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Il coaching spirituale è impopolare

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Se c’è una cosa che mi sento di dire in tutta onestà agli allievi della scuola di OEP3 è che il coaching spirituale è molto  impopolare, almeno da qualche millennio a questa parte.

Se la figura del Coach all’americana, vincente, cinematografica e performante è riuscita ad entrare nell’immaginario collettivo e ad essere seducente, non si può proprio dire altrettanto del coaching spirituale.

Aiutare, motivare, infondere energia e allenare le persone a riconoscere e applicare le leggi spirituali non è per niente facile, tanto più di questi tempi. Come insegnano le leggi spirituali ed esoteriche, le cose non sono mai come sembrano e questo vale tanto più per questo tipo di training.   Sembra un coaching alla rovescia!

Pensate un po’ che follia: motivare le persone e allenarle ad avere pazienza!

Aiutarle ed esercitarle ad essere fiduciose, ad abbandonarsi, a NON controllare tutto!

Suggerire loro di stare FERMI dentro il disagio, semplicemente osservandolo con neutralità per trasformarlo alchemicamente, riconoscendone l’illusorietà e  il valore funzionale!!!

In un mondo in cui tutto è Fast, in cui è “normale” sentirsi giovani a sessant’anni, suggerire di accogliere il principio dell’impermanenza e della ciclicità…

Che follia è mai questa!  Il Coach deve ispirare a sentirsi vincenti, produttivi, performanti, splendidi e sorridenti! Oppure giocare la carta – molto di moda di questi tempi – dell’avidità e della legge-di-attrazione-usa-e-getta che misura l’abbondanza in termini di saldo del conto corrente e non col livello di felicità, benessere e SODDISFAZIONE nel qui e ora…

Eppure, a dispetto di tutto questo,  la proposta continua a vibrare e risuonare in modo lieve e discreto, invitandoci a non avere paura, a smettere di lottare e fuggire, a ritornare come bambini autenticamente nel qui e ora….

È un soffio magico che lascia i cuori sereni, aperti e pieni….al di là del fare e dell’avere, insinuandosi dolcemente nell’essere e donando profondo ben-essere.

E se non ti sembra troppo una follia, prova ad ascoltarlo anche tu adesso, facendo un lungo, semplice e gratuito respiro  e portando l’attenzione sul cuore…

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L’uomo completo

buddhaModusVivendiSiamo abituati alla separazione, per tutto ciò che riguarda la nostra vita.

A volte ci rendiamo conto di sensazioni o pensieri conflittuali o contradditori tra loro, a volte separiamo mente e corpo, altre volte disuniamo il cuore dalla ragione o  reagiamo di  “pancia”, senza collegare gli istinti con mente e cuore.

Nelle valutazioni siamo, consciamente o inconsciamente, condizionati dalla separazione, dimenticandoci o censurando aspetti sottili e variabili che rendono ogni situazione  unica e irripetibile.

Non ci ricordiamo che la nostra osservazione e partecipazione  a una qualsiasi dinamica la condiziona, e non distinguiamo i diversi elementi che compongono questa partecipazione.

Non ci accorgiamo di come ogni nostra energia particolare condizioni la nostra energia “globale”: aspettative, umore e stato d’animo,  sensazioni fisiche, impressioni emotive, ricordi del passato o pensieri sul futuro, esperienze pregresse, convinzioni radicate…

Pronunciando la parola “io” ci riferiamo il più delle volte a un pallido aspetto di noi stessi, tralasciando tutti gli altri.  Comunicando con le altre persone siamo il più delle volte condizionati da idee pregresse, impressioni, giudizi o proiezioni di aspetti ombra di noi stessi che ignoriamo completamente.

In tutta questa separazione interna è naturale cogliere ed evidenziare la separazione altrui ed è naturale sentirsi frastornati, confusi, e spesso a disagio…

È come tentare di risolvere problemi dei quali abbiamo soltanto dei dati incompleti o parziali: i processi utilizzati e i risultati e saranno per forza grossolanamente sbagliati.

La separazione dentro di noi e con gli altri accentua i conflitti, il risentito, le interpretazioni fuorvianti, l’aggressività, il rancore  e il vittimismo.

La separazione genera separazione e diventa naturale deresponsabilizzarsi, ricercare colpe e colpevoli, alimentare questa spirale perversa e costruire sempre più dei “muri” dietro i quali nascondersi o isolarsi.

Per guarire questa ferita profonda e aiutare gli altri a fare altrettanto occorre recuperare la propria completezza.

Per costruire unità e cooperare con altre persone abbiamo bisogno innanzitutto di recuperare unità e integrità in noi stessi.

L’integrità e l’unità individuale non è la volitiva illusione di un io tutto di un pezzo e integerrimo figlia del moralismo bigotto deteriore e del perfezionismo che nutre l’insicurezza e la mancanza di autenticità. L’unità individuale nasce dall’amore per ogni parte del sé, dal perdono per le proprie fragilità, dall’esplorazione (possibilmente ironica) delle tante sfaccettature, sub-personalità e contraddizioni che ci caratterizzano.

L’unità abbraccia, accoglie, conforta il nostro io bambino e ferito e porta luce in quelle zone d’ombra della nostra psiche e del nostro cuore  che ci fanno puntare il dito sugli altri accusandoli per tutto l’amore che non sappiamo dare a noi stessi…

L’unità nasce nel cuore e poi si trasferisce alla mente e alla pancia.

Soltanto dopo un atto di amore per noi stessi possiamo sorridere della nostra mente conscia, delle sue stupide convinzioni e rigidità e ricordarle che è incapace di far funzionare la meravigliosa macchina biologica del corpo senza il supporto della potente mente inconscia.

Soltanto amandoci possiamo allineare i nostri due cervelli, quello più noioso, squadrato, razionale e cognitivo e quello più potente emotivo, fisiologico ed empatico…

Soltanto ri-allineandoci in noi stessi possiamo cooperare con il nostro corpo, riconoscerne i segnali, educarlo a vivere meglio e più lungo, evitando di far sobbalzare il  cuore e di stressare gli  organi e le cellule con inutili tempeste ormonali  causate da continue identificazioni in piccoli e separati frammenti del nostro essere globale.

DancingShiva

Una volta percepita l’unità nella danza gioiosa delle nostre meravigliose energie, possiamo  sentirci parte del tutto e lasciare andare il “controllo” (figlio della mente separata e identificata)  che stressa il corpo e blocca il fluire dell’abbondanza…

L’uomo completo è integro nel corpo, nella mente placata dall’unione dei due cervelli, negli istinti (sanamente accettati e gestiti) nelle convinzioni  e nell’ unione di cuore, pancia e mente.

L’uomo completo è qui ora. Non è mai completo “sempre”. Alterna completezza e frammentazione, amando l’una come l’altra, riconoscendo l’una come l’altra, ridimensionando sempre più  l’identificazione con ironia.

L’uomo e la donna completi sono autonomi. Essendo integri e coscienti del fluire della vita e dell’impermanenza non creano separazione nel negarla, creando dipendenze e attaccamenti, né creano dolore e stress identificandosi in passioni eccessive e melodrammatiche.

Una volta riconosciuto e recuperato l’uomo completo è possibile cercarlo negli altri, selezionando i pensieri da fare su loro e quelli da evitare; le emozioni da condividere e quelle da depotenziare,  gli aspetti da osservare e quelli da ridimensionare. Solo in questo modo è possibile creare coppie, famiglie, comunità di persone complete che cooperano e cocreano.

La presunta fine del mondo profetizzata dai Maya per lo scorso solstizio d’inverno  rappresentava per chi sapeva leggere fra le righe, la metafora di un profondo processo di ricalibrazione che avrebbe coinvolto noi esseri umani del quale si avvertivano già da molti anni i primi segnali. Secondo il calendario Maya in questa ricorrenza, è terminato un ciclo  cosmico e terrestre di oltre cinquemila anni basato sul conflitto e sulla separazione e sta lentamente iniziando un nuovo ciclo basato sulla cooperazione e la condivisione…

Per creare questo nuovo mondo e lasciarlo ai nostri figli e al nostro futuro è necessario iniziare a trasformare noi stessi in modo diverso: senza senso del dovere, sforzi volitivi o fatica ma semplicemente accogliendo e onorando ogni frammento della nostra completezza,  riconoscendo l’interconnessione di tutte le cose e mettendo in discussione le inutili convinzioni limitanti che offuscano la nostra percezione con il “filtro” della separazione.

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Il Coaching OEP3

logoJL’orientamento energetico psicofisico (OEP3) è un nuovo metodo di coaching per il ben-essere e la crescita personale che parte dal presupposto che sia possibile utilizzare meglio le immense risorse di cui sono dotati gli esseri umani, riconoscendo e cercando di evitare, gli enormi sprechi di energia e potenzialità che operiamo quotidianamente.

Per realizzare quest’obiettivo, con un lavoro di ricerca e sperimentazione iniziato oltre venticinque anni fa, OEP3 ha operato una sintesi tra proposte antiche e moderne, occidentali e orientali particolarmente finalizzate allo sviluppo della consapevolezza (fisica, mentale, sociale, emozionale e spirituale) in questa direzione.

Il punto di partenza dell’OEP3 è che le energie umane, come tutte le altre energie possiedano una loro  ciclicità, un movimento sinusoidale fatto di alti e bassi, una sorta di “ritmo”.

Che si tratti di energie fisiche (stato di forma, tonicità, vigore, elasticità, predisposizioni alle somatizzazioni) emozionali (umore, consapevolezza emotiva, auto controllo, capacità di gestire le frustrazioni o posticipare le gratificazioni, reattività, presenza a se stessi, ecc.) “sociali” (comunicazione efficace, empatia, apertura, capacità di cooperazione) mentali (chiarezza, capacità e velocità di elaborazione e apprendimento, auto valutazione e auto esplorazione, coscienza delle proprie convinzioni e valori, eccetera) o “spirituali” (consapevolezza di sé e identità, fede o fiducia, apertura all’invisibile e al trascendente,  gestione dell’impermanenza, rapporto con la morte, ecc.) tutti gli essere umani sperimentano  quotidianamente  una ciclicità e un “movimento” di queste energie. Tutto cambia rapidamente e ciclicamente: l’umore, lo stato di forma, le opinioni e le convinzioni, insorgono dubbi, si gestiscono le difficoltà in maniera diversa…

In sintonia con la matrice spirituale (e tipicamente orientale) che ne ha segnato lo sviluppo, OEP3 attribuisce enorme importanza alla componente di “scelta” individuale e di “potere personale”  che  determina i significati  e le angolature dalle quali osserviamo la realtà nel vivere quotidiano e nell’onorare i “nostri talenti”.

Anche gli scienziati moderni, da Heisenberg e Einstein in poi, hanno incominciato a parlare di “punto di vista dell’osservatore”, e di “potenzialità”, andando a ridimensionare l’idea di oggettività che accompagnava – nell’impostazione classica e causale – la descrizione della realtà e del nostro modo di reagire ad essa.

Parlando di energie umane, è palese come la realtà esterna attivi manifestazioni interiori (e di conseguenza esteriori) differenti in termini di “percezioni”, “convinzioni” e “significato”.  È possibile, ad esempio,  cambiare il proprio umore in una giornata di sole come di pioggia, al mare o andando a lavorare, da soli o in compagnia, ecc.

Tra le metodologie occidentali che hanno formato l’OEP3 c’è anche la PNL (programmazione neuro linguistica) che ha ottenuto enormi successi in vari ambiti, partendo dal presupposto che il concetto di “realtà” sia soggettivo. In PNL si preferisce parlare di “MAPPA della realtà” intendendo con essa il procedimento neuro fisiologico, sensoriale e linguistico che INTERNAMENTE ci porta a creare il nostro soggettivo “modello del mondo”, una rappresentazione che può essere più o meno efficace, corretta e funzionale per il raggiungimento dei nostri scopi.   La PNL non interviene nell’abito dei contenuti delle esperienze ma in quello della FORMA. Per la PNL ha poca importanza che un modello sia “giusto”  e persino che sia “vero”, quello che conta è che funzioni. Se la mia strategia per addormentarmi, ad esempio è “fare finta di dormire”, va benissimo; se quella per non irritarmi con il capufficio è immaginarlo vestito da coniglio che rosicchia una carota, anche. L’importante è il risultato.

Il pragmatismo della PNL si sposa perfettamente con un altro aspetto fondamentale dell’OEP3 di derivazione Orientale e Spirituale che è il concetto di “qui e ora” e di presenza mentale. Poiché la maggior parte delle dispersioni energetiche deriva dal mettere in atto un processo di identificazione in “qualcosa”, la presenza è un eccezionale strumento per attivare al meglio le nostre risorse.

Specialmente la tradizione buddista e taoista, hanno insistito su questo concetto mostrandoci come la “mente” spesso ci proietti nel passato o nel futuro, impedendoci di attivare il nostro potere personale nell’adesso che è l’unico “tempo” reale.  La tradizione buddista è arrivata a definire questo intervento inopportuno della mente e delle sue strategie di identificazione come la manifestazione di un “Falso sé” che occorre imparare a conoscere e smascherare.

Le implicazioni pratiche del concetto di presenza vanno al di là dell’immagine suggestiva e astratta del monaco zen che fa meditazione, specialmente alla luce delle più recenti e strabilianti  scoperte scientifiche sulla fisiologia  del cervello emotivo e sui rapporti tra mente e coscienza.  Il “grande errore” di Cartesio, come ha illustrato un grande neuroscienziato contemporaneo, Antonio Damasio, è stato proprio separare emozione e intelletto e gettare le basi per avvallare e dare dignità ad un colossale ed errato processo di identificazione dell’Io con la propria mente che è molto spesso causa di sofferenza e dispersione energetica.

Il Falso Sé identificato “mente”, altera la percezione della realtà, crea convinzioni inconsce talmente profonde da modificare, secondo alcuni biologi moderni, persino il nostro DNA e attivarne  o meno determinate caratteristiche.

Se dunque l’obiettivo dell’OEP3 è aiutare le persone a “orientare” le proprie energie, occorre capire la direzione verso la quale si vogliano indirizzare e la sua effettiva valenza e affidabilità ai fini del ben-essere, dei risultati  e della crescita personale, arrivando a riconoscere quanto l’intenzione nasca dal Vero Sé o dal Falso Sé identificato.

Come operare questa distinzione?

Col grande sviluppo delle attività di Counseling e Coaching negli ultimi anni, che essendo professioni non riconosciute, sono state praticate da “chiunque”, è venuta a galla (oltre all’inadeguata preparazione e competenza di molti) la scarsa affidabilità degli  interventi sul comportamento  condotti con strumenti  esclusivamente  razionali e cognitivi o sterilmente e superficialmente emozionali e  motivazionali. Con queste premesse, non son stati migliori nemmeno  i risultati ottenuti da parte di molti Psicologi e Psicoterapeuti certificati..

Comprendere l’Io con l’Io è un presuntuoso paradosso cerebrale; proiettare se stessi sugli altri, è una trappola comune nella relazione d’aiuto ed ergersi a giudici, depositari della “verità” o soccorritori è un vecchio inganno figlio del dogmatismo religioso deteriore.  Le persone non hanno più voglia né bisogno di sentirsi analizzate e vedersi evidenziare le loro incompetenze consce, ma piuttosto di sviluppare e sperimentare nuove competenze e strategie, tanto meglio se inconsce e facilmente assimilabili come automatismi…

Il grande sviluppo e successo delle terapie strategiche, della psicoterapia eriksoniana e delle terapie brevi, testimonia come si stia andando sempre più verso la ricerca dei risultati e delle soluzioni rispetto alla conoscenza dei “perché” e all’analisi cognitiva delle cause…

OEP3 è in risonanza con questa visione strategica. Un intervento di coaching, è tale solo se ottiene un preciso risultato.  Il coaching è per definizione un intervento in cui un professionista aiuta, motiva  e supporta un soggetto a focalizzare obiettivi e priorità, stabilendo, mantenendo e portando a termine un programma prestabilito attraverso criteri pragmatici e il più possibili rapidi ed efficaci.

Per non scivolare in una proposta astratta e semplicistica di “life coaching”  che vuol dire un po’ tutto e niente, OEP3 ha selezionato, sperimentato e decodificato “modelli” di orientamento energetico efficace  che possano essere riprodotti e proposti come alternative  efficaci alle più comuni situazioni di dispersione energetica.

Così come chiunque può giocare a tennis “a modo suo” ma i modelli più efficaci sono quelli che può insegnare un istruttore di tennis, OEP3 ha selezionato modelli consolidati per onorare ed esprimere al meglio le proprie potenzialità, migliorando il livello del ben-essere, i risultati e la crescita personale.

Per proseguire l’analogia con il tennis, così come l’istruttore esplora e corregge la strategia dell’allievo sul campo – osservando come gioca – e non certo a livello teorico, OEP3  parte dall’esplorazione della dinamica di dispersione energetica, osservando “cosa succede”,  “quando” e con quali modalità per cogliere le connessioni fra le varie dimensioni (fisica, mentale, emozionale, sociale o spirituale) e proporre alternative efficaci attraverso specifici esercizi da praticare per arrivare a sviluppare – senza sforzo – degli automatismi.

Tutti i Modelli OEP3 prevedono pratiche che coinvolgono il corpo (esercizi fisici, posturali, trattamenti su precisi punti corporei e modelli di respirazione che provengono dal bacino della medicina tradizionale orientale) le emozioni (tecniche di rilascio, respirazione, visualizzazione e programmazione derivanti sia dalla cultura orientale sia dalle applicazioni di PNL strategica) la mente (attraverso esercizi sul linguaggio, la percezione sensoriale, la pratica della presenza e dell’auto esplorazione, tecniche di rilassamento e respirazione per accedere alle risorse dell’inconscio, analisi e destrutturazione  degli auto sabotaggi e delle convinzioni limitanti e molto altro ) e la dimensione spirituale (attraverso l’uso di mantra, visualizzazioni, meditazioni, e lo pratica degli antichi  codici sincronici, già esplorati in ambito laico e scientifico da Jung)

Qualcuno potrà forse storcere il naso di fronte all’esplicita connotazione spirituale (che non ha nulla di religioso o settario né di dogmatico) dell’OEP3, ma il pragmatismo operativo e scientifico che anima il metodo, non può non tenere conto, degli straordinari  e misurabili risultati in termini di “felicità” e ben-essere  che produce la visione e la pratica spirituale. (Si vedano, ad esempio, gli esperimenti del progetto Mind Life sui monaci buddisti, i test condotti sul monaco Mathieu Ricard, definito dagli scienziati  l’uomo “più felice del mondo”  e gli studi dell’istituto HeartMath sulla variabilità e coerenza cardiaca,  che han dimostrato come un approccio empatico, fiducioso e aperto alla gratitudine favorisca enormemente il benessere, la cooperazione e la gestione dello stress.)

Tra i modelli OEP3 più semplici e apprezzati che lavorano sulle dispersioni energetiche quotidiane e ci aiutano a trasformarle in opportunità, vi sono:

  1.  “Scegliere e Depotenziare”, per spostare, in modo costruttivo, il “peso” del potere che diamo a persone, cose, emozioni percezioni  e situazioni
  2.  “ComunicAzione  serena e costruttiva” per sviluppare competenze sociali, e comunicare efficacemente, con autostima e consapevolezza emotiva
  3. ObiettivaMente Azione Creativa”   per ricercare e  elaborare le strategie più efficaci per conseguire obiettivi materiali concreti e verificabili.
  4.  “Scoprire è guarire” per fare la pace con ciò che succede, riconoscere, esplorare e trasformare auto sabotaggi, atteggiamenti, abitudini e convinzioni limitanti senza prenderle sul serio, imparando ad allineare i propri valori agli obiettivi.
  5.  “Liberi SempliceMente” per ridimensionare il lavorio mentale, chiamare le cose col proprio nome,  sviluppare consapevolezza e aprirsi al potere del qui ed ora
  6.  “Aprire il cuore di luce” per armonizzare in modo congruente mente e cuore,  trasformare i sentimenti, sostituire la fiducia alla paura, la gratitudine al giudizio
  7.  “RiattivAzione”, per superare la fase ciclica del calo energetico e della pigrizia,  evitare di giudicarsi e chiudersi dopo un fisiologico momento di “calo”, ripartire con entusiasmo e motivazione
  8.  “Cooperare e cocreare” per andare oltre il modello superato  e fallimentare di chiusura e separazione, imparare a ricercare l’unione  e ad amplificare la propria energia nel gruppo.

Questi e altri Modelli di Orientamento Energetico vanno assimilati ed applicati singolarmente o  insieme (secondo le  necessità) per aiutarci a vivere la nostra quotidianità in modo più sereno, adulto e consapevole e “onorare”  nel migliore dei modi il nostro “essere” e le nostre potenzialità.

Fine ultimo di OEP3 è operare l’alchimia di portare la terra in cielo e il cielo in terra, cercando di vivere  la vita di tutti i giorni, con la fiducia, la luce, la serenità e l’apertura che in genere si dedicano alle questioni spirituali e esprimere la propria spiritualità, il rapporto con il ciclo nascita/morte, la dimensione dell’impermanenza e i grandi misteri della vita con quel sano pragmatismo e quella concretezza che solitamente dedichiamo alle questioni materiali.

Per qualsiasi altra informazione e curiosità, consultate il nostro sito www.oep3.com

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